Perché dimentichiamo: come funziona la memoria e come ricordare ciò che conta

Il cervello butta via la maggior parte di quello che incontra, e lo fa di proposito. Capire come sceglie cosa tenere cambia il modo in cui studi, leggi e ricordi.

Perché dimentichiamo è una domanda con una risposta controintuitiva: dimenticare fa parte del funzionamento normale della memoria. Il cervello seleziona, generalizza e scarta le informazioni che non usa per risparmiare energia e ridurre il rumore. Capire questi meccanismi permette di scegliere cosa trattenere invece di lasciarlo al caso.

Indice del saggio
  1. Perché dimentichiamo quasi tutto quello che impariamo?
  2. Come funziona la memoria, passo dopo passo?
  3. Quali sono i meccanismi che fanno svanire i ricordi?
  4. Quali illusioni ci fanno credere di ricordare?
  5. Perché ricordiamo cose che non sono mai successe?
  6. Come si ricorda davvero ciò che conta?
  7. Domande frequenti su perché dimentichiamo
  8. Le cinque mosse per scegliere cosa resta
  9. Saggi consigliati
  10. Libri consigliati
  11. Fonti

Riapri gli appunti di un corso che hai seguito con passione due anni fa. Troverai frasi che non ricordi di aver scritto, concetti che allora ti sembravano ovvi e oggi suonano nuovi, sottolineature che segnalavano qualcosa di importante e che adesso non sai più spiegare. La reazione istintiva è pensare a un guasto: una memoria che perde pezzi, un cervello che invecchia, una disciplina che manca.

Il neuropsicologo Sergio Della Sala, che da anni insegna all’Università di Edimburgo, nel suo Perché dimentichiamo? ribalta questa prospettiva. Dimenticare fa parte del progetto, e un cervello che non dimenticasse niente sarebbe un cervello malato. In questo saggio parto dal suo libro, lo incrocio con più di un secolo di ricerca sulla memoria, da Hermann Ebbinghaus a Elizabeth Loftus, e arrivo a una domanda pratica: se dimenticare è inevitabile, come si sceglie che cosa resta? Alla fine trovi le cinque mosse con cui decido io cosa trattenere, ma prima devi incontrare l’uomo che non riusciva a dimenticare niente.

Perché dimentichiamo quasi tutto quello che impariamo?

Dimentichiamo perché la memoria è un sistema di selezione: codifica solo una parte di ciò che incontriamo, consolida ciò che viene richiamato e lascia indebolire il resto. Il cervello consuma molta energia e non può archiviare tutto, quindi conserva ciò che sembra utile e scarta ciò che non usiamo.

Dipinto di Mnemosyne, dea della memoria, in abito verde con una lampada in mano
Mnemosyne, la dea greca della memoria, dipinta da Dante Gabriel Rossetti (1881). Per i Greci ricordare era un dono divino, non un archivio. Fonte: Wikimedia Commons

Il cervello umano pesa circa il due per cento del corpo e consuma circa un quinto della sua energia a riposo. Un organo così costoso non può permettersi di archiviare tutto quello che vede, sente e legge, e infatti non ci prova. La memoria funziona come un organismo che deve sopravvivere in un ambiente saturo di stimoli: trattiene ciò che sembra utile al futuro e lascia andare il resto. Dimenticare è il modo in cui il sistema evita di affogare nelle informazioni.

Cosa ha scoperto Ebbinghaus sulla curva dell’oblio?

Alla fine dell’Ottocento lo psicologo tedesco Hermann Ebbinghaus fece un esperimento su se stesso che ancora oggi è alla base della ricerca sulla memoria. Per misurare la memoria pura, senza l’aiuto del significato, memorizzava liste di sillabe senza senso e poi misurava quante ne ricordava dopo minuti, ore e giorni. Il risultato, pubblicato nel 1885, è la curva dell’oblio: la perdita è molto rapida nelle prime ore e nei primi giorni, poi rallenta e si stabilizza su un residuo piccolo.

Ritratto fotografico di Hermann Ebbinghaus con barba e occhiali
Hermann Ebbinghaus, il primo a misurare la memoria in laboratorio. La cavia era lui stesso. Fonte: Wikimedia Commons

La lezione della curva è scomoda. La maggior parte di ciò che dimentichi lo perdi quando sei ancora convinto di ricordarlo bene, cioè nei giorni immediatamente successivi allo studio. È proprio in quella finestra che un ripasso ha l’effetto più forte, ed è proprio in quella finestra che quasi nessuno ripassa.

La curva dell’oblio in breve. Dopo aver imparato qualcosa, la memoria cala in fretta nelle prime ore e nei primi giorni, poi la discesa rallenta. Ogni ripasso fatto al momento giusto riporta su la traccia e rende la discesa successiva più lenta. Per questo distribuire lo studio nel tempo funziona meglio che concentrarlo in un solo giorno.

Cosa succede a chi non riesce a dimenticare?

Negli anni Venti lo psicologo russo Aleksandr Lurija iniziò a studiare un giornalista, Solomon Šereševskij, che ricordava liste di numeri e parole di qualsiasi lunghezza, anche a distanza di anni. Lurija lo seguì per trent’anni e ne raccontò la storia in Viaggio nella mente di un uomo che non dimenticava nulla. Il dettaglio più interessante del libro riguarda i costi: Šereševskij faticava a capire le metafore, a riconoscere i volti che cambiavano espressione, a cogliere il senso generale di un testo, perché ogni dettaglio restava inchiodato nella sua mente e gli impediva di astrarre.

Jorge Luis Borges aveva immaginato lo stesso destino nel racconto Funes o della memoria: un ragazzo che ricorda ogni foglia di ogni albero che ha visto, e che proprio per questo non riesce più a pensare, perché pensare significa dimenticare le differenze e trattenere le somiglianze. Il caso reale di Lurija e quello letterario di Borges dicono la stessa cosa: la capacità di astrarre dipende dalla capacità di dimenticare.

Come funziona la memoria, passo dopo passo?

La memoria lavora in tre fasi: la codifica, in cui un’esperienza viene registrata; il consolidamento, in cui la traccia si stabilizza, anche durante il sonno; e il recupero, in cui la richiamiamo. Ogni fase può fallire per motivi diversi, e ognuna offre un punto preciso su cui intervenire per ricordare meglio.

Disegno di Ramón y Cajal dei circuiti neuronali dell'ippocampo con le aree DG, CA3, CA1 etichettate
L’ippocampo disegnato da Santiago Ramón y Cajal, con le aree etichettate. Qui i ricordi nuovi vengono smistati prima di passare alla memoria a lungo termine. Fonte: Wikimedia Commons

Della Sala insiste su un punto che cambia il modo di guardare il problema: la memoria è un processo, più che un archivio. Quando dici di aver dimenticato qualcosa, in realtà il guasto può essere avvenuto in tre momenti diversi, e ognuno richiede una strategia diversa.

Cosa succede nella codifica?

Nella codifica un’esperienza viene trasformata in una traccia. Qui il nemico principale è l’attenzione divisa: se leggi un capitolo mentre controlli il telefono, l’informazione viene registrata in modo superficiale, e quella traccia debole sarà la prima a scomparire. Molto di ciò che crediamo di aver dimenticato, in realtà, è stato codificato male fin dall’inizio.

Cosa succede nel consolidamento?

Nel consolidamento la traccia appena formata si stabilizza, e una parte importante di questo lavoro avviene durante il sonno, quando il cervello rielabora ciò che è stato appreso durante il giorno. Una notte di sonno scarso dopo una giornata di studio indebolisce proprio questa fase, ed è il motivo per cui le nottate prima di un esame producono conoscenze che svaniscono pochi giorni dopo.

Cosa succede nel recupero?

Nel recupero la traccia viene richiamata. Capita a tutti di sapere di conoscere un nome senza riuscire a dirlo, la sensazione di averlo “sulla punta della lingua”: la traccia c’è, ma la strada per arrivarci è bloccata. Il recupero dipende molto dagli indizi disponibili, ed è per questo che il contesto in cui impari conta tanto quanto il contenuto.

Quali sono i meccanismi che fanno svanire i ricordi?

I meccanismi principali dell’oblio sono quattro: l’interferenza tra ricordi simili, il decadimento delle tracce che non vengono usate, la generalizzazione che conserva la struttura e perde i dettagli, e la dipendenza dal contesto in cui un ricordo si è formato. Le emozioni, intanto, alzano il volume su alcuni ricordi e lo abbassano su altri.

Incisione di Gustave Doré con Dante immerso nel fiume Lete
Dante immerso nel Lete, il fiume dell’oblio, nell’incisione di Gustave Doré. Per Dante dimenticare era la condizione per salire. Fonte: Wikimedia Commons

Perché i ricordi simili si confondono?

L’interferenza è il meccanismo più comune. Quello che sai già ostacola ciò che impari di nuovo, e ciò che impari di nuovo può sovrascrivere ciò che sapevi: se cambi password spesso, le vecchie si mescolano con le nuove; se studi due lingue simili, le parole migrano dall’una all’altra. Più due informazioni si somigliano, più facilmente entrano in conflitto.

Perché le tracce inutilizzate si indeboliscono?

Il decadimento colpisce ciò che non viene richiamato. Una traccia che non usi perde forza nel tempo, come un sentiero di montagna che nessuno percorre e che la vegetazione riconquista. È un meccanismo di economia: il cervello investe le sue risorse sulle connessioni che vengono usate e lascia andare le altre.

Perché ricordiamo il senso e perdiamo i dettagli?

La generalizzazione ci fa perdere il colore del dettaglio per trattenere la struttura. Ricordi il senso di una conversazione e non le parole esatte, la trama di un film e non le inquadrature. È il prezzo che paghiamo per la capacità di astrarre, la stessa che mancava a Šereševskij.

Perché cambiare ambiente ci fa dimenticare?

La dipendenza dal contesto lega i ricordi al luogo e allo stato in cui si sono formati. Uno studio diventato classico, condotto negli anni Settanta da Duncan Godden e Alan Baddeley con un gruppo di sommozzatori, mostrò che le parole imparate sott’acqua venivano ricordate meglio sott’acqua, e quelle imparate sulla terraferma meglio sulla terraferma. Cambi ambiente, e una parte degli indizi che servivano a recuperare il ricordo scompare.

Che ruolo hanno le emozioni nella memoria?

Le emozioni alzano il volume su certi ricordi e lo abbassano sul resto. Ricordiamo con più vividezza un momento di paura o di gioia intensa che una giornata qualunque. Della Sala avverte però che vividezza e accuratezza sono due cose diverse: un ricordo intenso resta un ricordo intenso, e non diventa per questo un ricordo esatto.

Quali illusioni ci fanno credere di ricordare?

Le illusioni più diffuse sono quattro: credere nella memoria fotografica, pensare che il multitasking non costi nulla, scambiare la rilettura per apprendimento e usare l’evidenziatore come se sottolineare equivalesse a studiare. Tutte producono una sensazione di familiarità che il cervello confonde con la conoscenza.

La parte del libro di Della Sala che fa più male riguarda le abitudini con cui quasi tutti studiamo e che funzionano molto meno di quanto sembri. Sono pericolose proprio perché danno una sensazione di lavoro ben fatto.

Esiste davvero la memoria fotografica?

Come capacità stabile e generale, no. Esistono strategie di memorizzazione allenabili, come quelle usate dai campioni di memoria raccontate da Joshua Foer in L’arte di ricordare tutto, ed esistono casi eccezionali e rarissimi. Ma l’idea che alcune persone fotografino una pagina e la rileggano a memoria come un’immagine non regge alla prova degli studi.

Incisione di Robert Fludd con una testa di profilo collegata a scene immaginarie
L’occhio dell’immaginazione di Robert Fludd (1619). Le arti della memoria usavano luoghi immaginari per agganciare i ricordi, secoli prima delle neuroscienze. Fonte: Wikimedia Commons

Il multitasking costa davvero qualcosa?

Saltare da un compito all’altro produce una codifica superficiale: ogni passaggio richiede al cervello di riorientare l’attenzione, e ciò che viene registrato nel frattempo è più debole. Più cose fai insieme, peggio ricordi ciascuna. È uno dei motivi per cui Cal Newport, in Deep Work, considera la concentrazione prolungata una competenza sempre più rara e sempre più preziosa.

Perché rileggere non basta?

Rileggere lo stesso testo più volte di seguito crea una sensazione di familiarità che il cervello scambia per conoscenza. Riconoscere una frase quando la rivedi è molto più facile che saperla ricostruire da zero, e la rilettura allena solo la prima capacità. È un’illusione di competenza che crolla nel momento in cui devi usare ciò che credevi di sapere.

Sottolineare serve a qualcosa?

È un inizio. Senza una rielaborazione attiva, l’evidenziatore diventa una stampella emotiva: colori la pagina, vedi il lavoro accumularsi e ti senti produttivo, ma la traccia nella memoria resta debole. Sottolinea dopo aver capito, poco, e scrivi a margine con parole tue.

Perché ricordiamo cose che non sono mai successe?

Ricordiamo eventi mai accaduti perché la memoria ricostruisce ogni volta invece di riprodurre una registrazione. Racconti, domande suggestive e informazioni ricevute dopo un evento possono modificare un ricordo o crearne uno nuovo, e le persone coinvolte ne restano convinte in buona fede.

Il capitolo sui falsi ricordi è il più inquietante del libro, e si appoggia a una tradizione di ricerca solida. Già negli anni Trenta lo psicologo britannico Frederic Bartlett aveva mostrato che, quando le persone raccontano più volte una storia ascoltata, la trasformano progressivamente per adattarla alle proprie aspettative, eliminando i dettagli strani e aggiungendone di plausibili.

Cosa hanno dimostrato gli esperimenti di Elizabeth Loftus?

La psicologa Elizabeth Loftus ha dedicato la carriera a studiare quanto sia facile modificare un ricordo. In un esperimento diventato classico, del 1974, mostrava ai partecipanti il filmato di un incidente stradale e poi chiedeva a che velocità andassero le auto quando si erano “urtate” o quando si erano “schiantate”. Chi aveva sentito la parola più violenta stimava velocità più alte e, una settimana dopo, ricordava più spesso di aver visto vetri rotti, che nel filmato non c’erano. In studi successivi Loftus e i suoi colleghi riuscirono a far ricordare ad alcuni partecipanti episodi d’infanzia mai avvenuti, come essersi persi in un centro commerciale.

I falsi ricordi in breve. La memoria ricostruisce ogni ricordo nel momento in cui lo richiama, usando frammenti, aspettative e informazioni ricevute dopo. Per questo una domanda suggestiva o un racconto altrui possono modificare un ricordo o crearne uno nuovo, e la persona ne resta sinceramente convinta.

Cosa significa per le nostre certezze?

Saperlo ha una conseguenza pratica e una morale. Quella pratica: quando sei certo di ricordare perfettamente come è andata una discussione o una riunione, la tua certezza va trattata come un’ipotesi da verificare, magari con una nota scritta all’epoca. Quella morale è una forma di umiltà: se la memoria ricostruisce, anche la nostra versione dei fatti è una mappa, e non il territorio.

Come si ricorda davvero ciò che conta?

Si ricorda ciò che conta con cinque pratiche documentate: la ripetizione spaziata nel tempo, il recupero attivo senza guardare il testo, l’elaborazione che collega il nuovo a ciò che sai già, il sonno che consolida le tracce e l’allenamento nello stesso formato in cui ti servirà il ricordo.

La parte più utile del libro traduce i meccanismi in pratica. Funzionano perché assecondano il modo in cui il cervello lavora invece di combatterlo, e hanno un tratto in comune: sono tutte più faticose delle alternative comode. È la stessa idea che lo psicologo Robert Bjork ha chiamato “difficoltà desiderabili”, e che racconto anche nel saggio su cosa studiare per il futuro.

Come funziona la ripetizione spaziata?

La ripetizione spaziata distribuisce i ripassi a intervalli crescenti: rivedi un’informazione oggi, poi dopo due giorni, poi dopo quattro, poi dopo una settimana. Ogni ritorno arriva quando la traccia sta per indebolirsi, e segnala al cervello che quell’informazione servirà ancora. È la risposta diretta alla curva di Ebbinghaus.

Perché il recupero attivo batte la rilettura?

Il recupero attivo consiste nel chiudere il libro e provare a ricostruire a memoria ciò che hai studiato. In uno studio molto citato del 2006, Henry Roediger e Jeffrey Karpicke hanno mostrato che gli studenti che si mettevano alla prova ricordavano di più, a distanza di giorni, rispetto a quelli che passavano lo stesso tempo a rileggere. La fatica di richiamare è proprio il gesto che rafforza la traccia.

Cosa significa elaborare un’informazione?

L’elaborazione trasforma una nozione isolata in un pezzo di significato: la colleghi a ciò che sai già, la spieghi con parole tue, costruisci un esempio concreto. Una nozione agganciata a una rete di altre conoscenze ha molti più indizi di recupero di una nozione isolata, e quindi resiste meglio all’oblio.

Perché il sonno conta così tanto?

Il sonno è il laboratorio in cui buona parte del consolidamento avviene. Un ripasso breve prima di dormire, seguito da una notte di riposo vero, lavora meglio di ore di studio stanco a fine giornata. Chi sacrifica il sonno per studiare di più spesso finisce per ricordare di meno.

Incisione ottocentesca di una ragazza che dorme su un letto
Ragazza addormentata, incisione del 1829. Mentre dormi, il cervello ripassa quello che hai imparato di giorno. Fonte: Wikimedia Commons

Cosa significa allenarsi nel formato giusto?

Il recupero dipende dagli indizi disponibili, quindi conviene allenare la memoria nella forma in cui ti servirà. Se dovrai scrivere, esercitati scrivendo; se dovrai parlare, ripeti ad alta voce; se ti servirà sul lavoro, simula la situazione reale. È la conseguenza pratica dello studio sui sommozzatori: avvicinare il contesto dell’allenamento a quello della prova.

Domande frequenti su perché dimentichiamo

Perché dimentichiamo le cose appena lette?

Perché la lettura passiva produce una codifica debole e perché la curva dell’oblio è molto ripida nelle prime ore e nei primi giorni. Se dopo aver letto non richiami attivamente le idee principali, buona parte di ciò che hai letto svanisce prima che tu te ne accorga.

Dimenticare è un segnale di cattiva memoria?

No. Dimenticare fa parte del funzionamento normale della memoria, che seleziona ciò che sembra utile e scarta il resto per risparmiare energia e ridurre il rumore. È preoccupante solo quando riguarda informazioni recenti e importanti in modo frequente e diverso dal solito, e in quel caso va sentito un medico.

Qual è il modo migliore per studiare e ricordare?

Combinare ripetizione spaziata e recupero attivo: studiare, chiudere il libro, ricostruire a memoria e ripassare a intervalli crescenti. Aggiungere esempi personali, dormire bene e allenarsi nel formato della prova finale rende la memoria ancora più solida.

La memoria fotografica esiste?

Come capacità stabile e generale non ci sono prove solide che esista. Esistono tecniche di memorizzazione allenabili, come il palazzo della memoria usato dai campioni, e casi eccezionali molto rari, ma nessuno fotografa una pagina e la rilegge a memoria come un’immagine.

Cosa sono i falsi ricordi?

Sono ricordi di eventi mai accaduti o accaduti in modo diverso, prodotti dal fatto che la memoria ricostruisce ogni ricordo quando lo richiama. Gli studi di Elizabeth Loftus hanno mostrato che domande suggestive e informazioni ricevute dopo un evento possono modificarli o crearli.

Il sonno aiuta davvero a ricordare?

Sì. Durante il sonno il cervello consolida le tracce formate durante il giorno. Dormire poco dopo aver studiato indebolisce proprio questa fase, ed è per questo che lo studio dell’ultima notte prima di un esame tende a svanire in fretta.

Le cinque mosse per scegliere cosa resta

All’inizio ti ho promesso le cinque mosse con cui scelgo cosa trattenere: ripetizione spaziata, recupero attivo, elaborazione, sonno e allenamento nel formato giusto. Sono tutte faticose, ed è esattamente il motivo per cui funzionano.

Il punto del libro di Della Sala è però più ampio delle tecniche. Dimenticare è la selezione naturale delle informazioni: perdi i dettagli e guadagni la struttura, perdi il rumore e guadagni la capacità di pensare. Šereševskij ricordava tutto e faticava a capire; Funes ricordava ogni foglia e non riusciva a pensare. Tu non ricorderai mai tutto, e un cervello sano non dovrebbe nemmeno provarci. Puoi però decidere tu cosa merita di restare, invece di lasciarlo al caso.

Stasera prendi l’ultimo libro che hai letto, chiudilo e scrivi a memoria le tre idee che ricordi. Quello che esce è ciò che hai davvero. Il resto può svanire: è l’oblio che ti tiene leggero.

Buono studio e buona battaglia,
Luca

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Fonti

Sergio Della Sala, Perché dimentichiamo?; Hermann Ebbinghaus, Über das Gedächtnis (1885); Aleksandr Lurija, Viaggio nella mente di un uomo che non dimenticava nulla; Jorge Luis Borges, Funes o della memoria; Frederic Bartlett, Remembering (1932); Elizabeth Loftus e John Palmer, studio sulla ricostruzione della memoria (1974); Duncan Godden e Alan Baddeley, studio sulla memoria dipendente dal contesto (1975); Henry Roediger e Jeffrey Karpicke, studio sul testing effect (2006).

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